In una giornata, al Festival di Locarno, all'insegna del cinema d'autore più radicale ("Le voyage du ballon rouge" di Hou Hsiao-Hsien in Piazza Grande) spicca Tagliare le parti in grigio, un piccolo film milanese girato in digitale che partecipa al concorso Cinéastes du presente.
L'autore Vittorio Rifranti, laurea in lettere alla Statale e diploma di regia alla Civica, poi l'olmiana Ipotesi cinema, ci racconta il suo film.
Tre estranei coinvolti in un incidente si ritrovano in ospedale, appena usciti dal coma. La condivisione dell'esperienza di sfiorare la morte crea un
legame forte, di solidarietà ma anche di dipendenza patologica. Su questo ho innestato le performance di body art.
E' un cultore di questa disciplina?
Più che altro un curioso. Le performance rispondono a un problema narrativo: volevo che i personaggi si esprimessero su un piano più visivo. Meno psicologia e più corpo, insomma.
Ha avuto problemi con i performers, che nel film fanno cose abbastanza estreme?
Erano un po' diffidenti, ma alla fine si sono riconosciuti nel taglio del film.
Mi hanno fatto capire che il dolore non è il fine ma il mezzo. Una soglia da varcare per accedere a un'ulteriore dimensione estatica.
Il senso di astrazione, lontano dal piccolo realismo del cinema italiano, è la qualità più interessante del suo film.
Ci sono arrivato per gradi: a partire da una sceneggiatura con molta psicologia, ho via via asciugato, togliendo spiegazioni e risvolti interiori. Originariamente il film durava quasi mezz'ora in più.
(Luca Mosso, La Repubblica)