TAGLIARE LE PARTI IN GRIGIO
di Pierpaolo De Sanctis
Richiede spazio e tempo, il film di Vittorio Rifranti. Esige aperture e un pubblico che accetta di andare fino in fondo, che pretende qualcosa di diverso dalla bella immagine fine a se stessa o dalla storia semplice, edulcorata e compiacente. Tagliare le parti in grigio fa parte di quei rari, sorprendenti casi in cui un film parte piano e imperturbabile, ma rilascia fin dall'inizio alcune gocce delle sue più intime sostanze enigmatiche, dilatate e amplificate nel corso della visione fino a generare scosse incontenibili e sconosciute, seminando dubbi, aporie, ossessioni innominabili.
Dopo Lo sguardo nascosto, Vittorio Rifranti dimostra di possedere già una maturità e un coraggio fuori dal comune, che lo portano ad affrontare senza imbarazzo un tema-limite come l'indagine sul dolore fisico e sul martirio della carne, risultato di una riflessione e di una consapevolezza tutt'altro che improvvisate.
Nel morboso triangolo esperienziale che lega la vita di tre sopravvissuti ad un incidente automobilistico appena usciti dal coma, una ex-spogliarellista, una giovane e ingenua studentessa e un professore universitario che tenta di insegnare ai suoi studenti cosa sia l'orrore della guerra, Rifranti mette in scena una riflessione filosofica sulla cicatrice, prima ancora fisica che morale, autoprocurata dagli stessi protagonisti che infieriscono sul proprio corpo per spostare sempre più avanti la soglia percettiva del dolore.
E intrecciando body art, performance, piaghe, sangue e documenti fotografici shock sulle efferatezze del conflitto bellico nell'ex-Jugoslavia, l'autore imposta un universo lacerato di cui sembra impossibile guarire le ferite. Nessuna ombra di retorica, niente morale confezionata. Si tratta solo di andare fino in fondo, di incidere la pelle e osservare il sangue che scorre dalle ferite ancora aperte. E sentire che effetto fa.
Non ha fretta, Rifranti, perché conosce i benefici del saper aspettare. Più che veicolare significati, ci mostra semmai una serie di significanti nettamente superiori ai primi per portata simbolica, dischiudendoci con fermezza la progressiva e tormentata presa di coscienza dei suoi personaggi, lungo un percorso orrorifico privo di pietas.
I mezzi a lui più congeniali appaiono quindi una fotografia avida di tonalità fredde e desaturate, un uso delle location spoglio e rigoroso, un linguaggio aspro, cupo, che a un abuso di movimenti di macchina e a un montaggio iperveloce preferisce inquadrature fisse e un decoupage razionale, teso a trascinare lo spettatore dentro la plumbea impronta caratteriale del film.
Bellissime le musiche di David Rossato, usate con parsimonia solo nei titoli di testa, di coda e nelle sequenze legate alla body art, a creare delle vere e proprie oasi audiovisive capaci di liberare un lirismo latente peraltro in tutto il film.
Bravi gli attori, non sempre perfetti, ma decisamente generosi e di livello nettamente superiore alla media italiana.
Ci piacerebbe vederne più spesso di produzioni indipendenti così audaci, che nascono da necessità espressive impellenti, che parlano duro e senza compromessi, che gridano per venire alla luce e mettere finalmente in ginocchio l'inerzia di tanto cinema siliconato.
(Pierpaolo De Sanctis, Nocturno Cinema)