TAGLIARE LE PARTI IN GRIGIO - L'UTOPIA DELL'ARMONIA
di Paola De Benedictis
Tre persone dalle vite diversissime vengono coinvolte in un misterioso incidente stradale e finiscono in coma. Al risveglio in ospedale fanno reciproca
conoscenza e sentono da subito di non poter fare a meno l'uno dell'altro. Tra di loro viene a crearsi un legame
morboso che li spinge a imbarcarsi in un viaggio pericoloso nella body art più estrema, tra scarnificazioni al limite dell'autolesionismo, alla ricerca
del senso del dolore e della vita. Nutrono la speranza, vana, di poter continuare a vivere sempre nel piccolo mondo perfetto che si sono costruiti attorno.
I personaggi del tuo nuovo film sono corpi che pulsano e che coi loro corpi comunicano. Com'è nata l'idea per questo film così fisico?
Avevo in mente di raccontare la storia di tre persone che si incontrano in un ospedale uscendo dal coma, dopo un incidente stradale di cui sono stati vittime. Volevo raccontare quello che può succedere dopo un'esperienza del genere, il legame che può crearsi tra sconosciuti che si trovano a condividere una situazione simile e il titolo, Tagliare le parti in grigio, allude appunto a questo legame. Il tentativo di una relazione perfettamente armonica, libera dal grigio della vita di tutti i giorni. Però mi mancava qualcosa che tenesse unito il tutto, che desse effettivamente corpo all'intero progetto e allo stesso tempo mi permettesse di
rendere sul piano più concreto possibile le loro relazioni, i loro stati
d'animo. Mi serviva un ancoraggio a qualcosa di estremamente fisico e così sono arrivato alla body art. Ne sapevo poco e ho fatto un piccolo studio. Ho
parlato con delle persone, ho incontrato artisti che si esibiscono in performance di body art e li ho voluti nel film. Ho raccontato loro l'idea che avevo
in mente ed ho cercato di capire quel mondo senza dare giudizi. Ci tenevo ad avvicinarmi a questa forma d'arte in modo molto rispettoso. Mi interessava
soprattutto il rapporto col dolore fisico. Ho capito che per loro il dolore non è mai un fine, ma un mezzo. Un mezzo per andare oltre.
Come hai costruito i tre personaggi?
Il primo personaggio è stato Nadia, l'avevo in mente ben chiara. L'idea di una ragazza disinibita, abituata da sempre a comunicare col corpo e che dopo l'incidente trova nell'arte estrema un sistema per poter in qualche modo continuare a comunicare col suo corpo. Paola, invece, rappresenta il contraltare di Nadia. Una ragazza ingenua, che pure fa un suo percorso, ma è troppo fragile per riuscire a sopravvivere fuori dal guscio protettivo del rapporto con gli altri due. Così, quando il legame fra i tre si sfalda, quando la sua relazione con Massimo finisce, è inevitabile che vada incontro alla morte. Diciamo che la morte è per lei una sorta di salvezza.
E Massimo, l'insegnante di storia? Perché nel film gli fai tenere un seminario sul conflitto nei Balcani?
Diciamo che siamo ormai anestetizzati dalle guerre a causa delle immagini di dolore e morte che i mass media ci propongono di continuo. Però io ricordo che lo scoppio del conflitto nell'ex Jugoslavia mi lasciò profondamente scosso. In quella guerra mi sentivo in qualche modo coinvolto in prima persona. C'è una scena del film in cui Massimo tocca le sue ferite, mentre in tv scorrono le immagini dei corpi sfregiati dal conflitto. Quello è il modo tutto suo per condividerne il dolore. Insomma io credo che prima del coma lui avesse in mente di tenere un seminario piuttosto tradizionale e dopo invece le cose sono cambiate. Vuole entrare fino in fondo nelle sofferenze che vede.
Massimo è pure l'unico che riesce a salvarsi…
Sì, si salva perché non è solo. Perché ha una donna forte alle sue spalle che sa portarlo via senza affrontarlo mai frontalmente. Proprio nel momento in cui sta per toccare il fondo, prima che la sua relazione con Paola lo allontani definitivamente dal suo mondo, dalle sue cose, Massimo riesce a fermarsi e a ritornare alla vita vera.
Com'è stato il lavoro con gli attori?
Ho trovato delle persone splendide che hanno creduto da subito nel progetto. Non abbiamo fatto prove, solo un paio di letture del copione. Non volevo fossero troppo preparati, anche sul piano tecnico: volevo massima spontaneità sul set.
Cosa speri per questo tuo film?
Questo è un film che nasce grazie al coraggio produttivo di Rino Bertini e a un gruppo piccolo ma molto motivato. Per questo il nostro obiettivo è la maggior visibilità possibile.
E noi glielo auguriamo di cuore. Perché Vittorio Rifranti nel suo film ci crede, a differenza di tanti registi che spesso sono i primi a non aver fiducia nelle storie che raccontano. Vittorio Rifranti è sincero. Chi guarda i suoi film lo sente, per questo si lascia emozionare e finisce col crederci quanto lui.
(Paola De Benedictis, Filmmaker's magazine)