TAGLIARE LE PARTI IN GRIGIO
di Gianni Canova
Vola alto, questo film di Vittorio Rifranti. Nonostante il basso budget. O, forse, proprio a causa di questo: quasi per riscattare con la densità concettuale ed emozionale della messa in scena la rarefazione delle risorse produttive disponibili. Il corpo è il centro di gravità permanente del film: che narra la vicenda di tre personaggi (un uomo e due donne) rimasti coinvolti nello stesso incidente stradale, finiti in coma e poi miracolosamente sopravvissuti. Anche se prima dell'incidente i tre non si conoscevano, la condivisione involontaria di un'esperienza liminare come quella della sala di rianimazione genera fra di loro un legame indissolubile e assolutamente impermeabile.
Ma quel che interessa a Rifranti non è quella sindrome del sopravvissuto che negli ultimi anni ha generato riflessioni interessanti sia nel grande cinema internazionale (Fearless - Senza paura di Peter Weir) che nella letteratura (il romanzo di Antonio Scurati intitolato, appunto, Il sopravvissuto). Piuttosto, gli interessa prendere il corpo dei tre personaggi e metterlo al centro di un complesso sistema relazionale.
"Noi tre stavamo morendo, eppure non abbiamo sentito male. Non abbiamo sentito dolore". Dov'è, e cos'è, la soglia del dolore?
Tagliare le parti in grigio è un film pieno di soglie: fra il corpo come piacere e il corpo come strazio, fra prima e dopo, fra noi e gli altri, fra normalità ed eccezionalità, fra libero arbitrio e destino. Tutti e tre i personaggi del film sono segnati in modi indelebile dall'incidente: Nadia, ex-spogliarellista, ha la schiena sfigurata dalle ustioni, Paola, studentessa, ha l'anima deturpata dall'incontro con la morte, Massimo, professore di storia, non riesce più a commentare le immagini di morte della guerra nella ex-Jugoslavia che mostra ai suoi studenti durante le lezioni all'Università.
L'incontro con la body art sarà l'evento decisivo della loro riabilitazione, ma, forse, anche il punto di non ritorno nella loro esperienza di percezione del corpo: gli aghi e gli spilloni conficcati nella pelle e nella carne, la sofferenza fisica trasformata in performance, l'idea di spostare più avanti la soglia del dolore diventano l'elemento su cui il film inscena il tentativo dei tre sopravvissuti di costeggiare e corteggiare la morte, e, insieme, di esorcizzarne il fantasma.
(Gianni Canova, Duellanti)